James Hillman, il cammino del "fare anima e dell'ecologia profonda di Selene Calloni Williams, recensione di Simona Spadaro

Fonte: http://www.magozine.it/james-hillman-il-cammino-del-fare-anima-e-lecologia-profoda-di-selene-calloni-william/

La dimensione dell’anima è tutto ciò che vi appartiene è

la casa dell’invisibile: devo accettare di vedere e non vedere,

udire non udire, percepire non percepire..

(..) tutto dipende da quello in cui abbiamo fiducia,

credere nell’invisibile è stare con l’invisibile.

A volte penso che vi è solo una grande malattia nel mondo:

non credere all’Anima”

(Selene Calloni William)

La lettura di questo libro è tutta un silenzioso ed intimo “accostarsi”, “addentrarsi” all’interno di un paesaggio in cui la dimensione esterna conduce, e fa spazio, a quella esteriore, fino ad un continuo gioco di specchi e di rimandi, fatti di ricerca ed esplorazione, del sé e del circostante. E’ una meravigliosa occasione per chi si immerge nella lettura, lasciarsi catturare e proiettarsi fra i passaggi narrativi minuziosamente “fotografati” dall’autrice che racconta tutto attraverso il penetrare del particolarissimo suo sguardo. Capita così di trovarsi col fiato sospeso, a correre accanto a lei lungo il canale di Edimburgo; e con il fluire della scrittura incamminarsi più lentamente verso i sentieri più vasti della meditazione e della ricerca di se stessi.
Secondo l’autrice, questa ricerca non può prescindere dal cogliere ogni parte di sé, sentirla viva e pulsante; e l’invisibile, l’ “immaginale” è una parte di noi che troppo spesso non riusciamo e non vogliamo vedere. Ce la nascondiamo al punto tale da negarne l’esistenza. Questa sfera invece diventa intenzionalmente la protagonista di questo libro, nella consapevolezza che porre luce sulla parte oscura non significa snaturare l’ignoto, l’invisibile, ma imparare a conoscerlo e ad amarlo. Il messaggio esoterico che viene rivelato gradualmente, passaggio per passaggio, è proprio questa imminente necessità della resa all’invisibile, all’anima, alla morte. L’ autrice considera questi elementi, tre testimonianze d’amore e di vita. Solo chi ama, può vedere oltre la superficie delle cose, del vuoto e dell’attendibilità del reale-razionale; per chi ama l’invisibilità infatti, non è sinonimo di assenza: riusciamo a “vedere” le persone che amiamo e che abbiamo amato anche quando non ci sono, anzi soprattutto, è proprio allora, che paradossalmente, li sentiamo più vicini! L’anima è amore perché è la parte più autentica del nostro essere, e la morte infine è amore, perché senza di essa non possiamo rinascere, non possiamo sentire la nostra anima, “fare anima” e ritrovarla, sentire la dimensione più scura, potente e vitale dell’uomo. “Fare Anima” significa sperimentare la propria natura umana e spirituale aldilà dell’edonismo e del protagonismo calcolatore dell’ego. Il libro denunciando la portata materialista e sterile del mondo contemporaneo si pone splendidamente controcorrente, dalla parte degli ultimi, degli sfruttati, degli outsider, persone che sfidando l’istanza economicista del mondo d’oggi, si pongono maggiormente a contatto con l’anima, con la spiritualità più pura. Tutta l’esperienza della vita umana, d’altra parte, potrebbe essere ricondotta, nella versione forse più fedele, più’ autentica del suo esistere, nel viaggio onirico. Il sogno, la meditazione, gli stati alterati di coscienza in generale, l’abbandono del controllo psichico esclusivamente razionalista, sono strumenti importantissimi secondo il pensiero dell’autrice, imprescindibilmente necessari al “fare anima”. Insieme a questi, lo è per lei, la riflessione meravigliosamente raccolta nelle pagine di questo libro, attorno a delle storie e ai miti, sull’esempio della filosofia platonica, e delle favole, sull’esempio della tradizione orale sciamanica. Entrambe, i miti e le favole raccontati, riconducono il filo del discorso sulla spiritualità e sulla prioritaria centralità del “fare anima”. Come scrive l’autrice, a tal proposito, dobbiamo pensare che la morte diventa un momento di fortissima elevazione spirituale nell’immaginario della favola, e deve diventarlo anche per l’uomo che vive la propria vita nella “realtà”. La differenza tra la vita e la favola sta proprio nella fiducia che si ripone nell’immaginale, nell’invisibile, nella dimensione reale dell’anima. In questa realtà si è capaci di attraversare il confine, di percorrere la “terra di mezzo, la Medesimezza”, unico luogo in cui incontrare l’”unione degli opposti”, la figura mistica dell’ “androgino” della tradizione tantrica, dove maschile e femminile, morte e vita sono indissolubili, nella capacità di darsi e farsi ascolto del proprio “daimon” (angelo custode secondo alcune tradizioni spirituali) e dei propri avi, la psicologia archetipa, fino a ritrovare l’istinto selvaggio, l’ecologia del profondo. Questi concetti, frutti delle interpretazioni del maestro Hillman, spiccano nella scrittura della Calloni William, come preziose chiavi intrecciate, tessute all’interno del racconto. La figura di Hillman emerge oltre che attraverso questi concetti, simbolicamente, come visione. E’ il riflesso sul ghiaccio, che l’autrice “vede” del volto dello scrittore maestro che si fa presenza nell’oscurità, testimonianza cruciale dei suoi insegnamenti. L’autrice osserva l’invisibilità che si fa immagine, che si fa presenza; la fotografa con gli occhi dell’anima. Stessa cosa, fa con il destinatario, del libro, che appunto si presenta sotto forma di diario: Eva. Anche lei è “nient’altro” che una presenza, la più forte e pulsante di tutte. E’ a lei che scrive Selene, lasciando trasparire attraverso le pagine, ampie digressioni di amore incondizionato per questa donna che incontra nell’immaginale. Essa ha dentro di sé, le parti ( o – i – “parti”) di lei, come riconducibili dettagli di somiglianza desumibile da discendenza. E’ un pensiero costante, Eva, donna che verrà generata da se stessa: lei, dopo la morte, nella sua rinascita spirituale,- o lei, “la figlia di mia figlia, o la figlia della figlia di mia figlia”, scrive l’autrice. L’accento posto sulla femminilità, come caratteristica topica, diviene un concetto simbolico ricorrente nel testo, oltre ad Eva, le figure dei racconti di miti, leggende e storie rivelati dall’autrice sono donne, conformemente all’ “istinto femmineo dell’anima selvaggia” di cui scrive, soffermandosi a descrivere le vicende di Persefone, Pandora, Demetra, ad esempio, o di altre donne provenienti dall’immaginario sciamanico delle storie orali dell’Asia, Thonban Hla. Tutte queste donne devono incontrare la morte per trovare la loro natura più autentica, la missione della loro vita. Perciò scrive Selene, non bisogna avere paura del buio, del freddo, queste sono le dimensioni dell’anima, sono i suoi momenti, così come è d’inverno che la terra trattiene a sé i semi, in un amoroso abbraccio nel ventre materno, gli inferi trattengono e fanno maturare gli uomini, “per vivere dobbiamo essere già morti”, e forse molti di noi, quelli che riescono a brillare e a splendere spiritualmente di più degli altri, come gli outsider della società, lo sono stati già molte volte…

recensione di Simona Spadaro

 

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